CANTOR, SI GUARDI DAI TEMPORALI!

È ironico chi sovverte le aspettative.
Che poi non è necessariamente vero, ma non importa.

Ricercata o da ricercare, è il gioco del doppio e del suo opposto. È certamente materiale inadatto alla fenomenologia di massa. L’ironia funziona se appartiene a pochi. Ne esistono a migliaia, ma non una per tutti. Quella si chiama spazzatura.

Nella prima metà dell’Ottocento Schumann scriveva intorno alla musica degli altri, divertendosi a far dialogare tra loro diversi pseudonimi (Eusebio, Florestano, Maestro Raro). Qualche passaggio per rendere l’idea di un umorismo di fondo. Un consiglio di vita, «L’artista si tenga in equilibrio con la vita; altrimenti si troverà in una posizione difficile», ora un aforisma sul genio, «Al diamante si perdonano le punte; è troppo costoso arrotondarle». O ancora: «Si parla spesso della corruzione del gusto del pubblico; chi l’ha guastato? Proprio voi compositori-virtuosi! Non mi consta che il pubblico si sia mai addormentato a un concerto di Beethoven…», «L’uomo deve certo aver bisogno di un naso, altrimenti Dio non gliel’avrebbe dato. Ma questi pubblici sopportano molte cose». Riporto, per concludere il paragrafetto, un dialogo con l’organista di una chiesa tedesca – va da sé, purista della vecchia guardia, restio ai cambiamenti – sulla rivoluzione (musicale) a cui avevano assistito nel presenziare a un concerto: «Con voce sommessa e satanica gli soffiai nell’orecchio: “Cantor, si guardi dai temporali! Il fulmine non manda innanzi a sé un servitore in livrea prima di scoppiare”».

Quell’uomo di spirito così privatamente spietato, non a caso, era anche un giocatore sopraffino di modulazioni musicali inaspettate. Sorprendere utilizzando un ritmo irregolare o mutare con rinnovata armonia ciò che esiste… e farlo con misura, disseminando leggerezza qua e là, che sia questo il punto d’arrivo?

Proprio la capacità di mascherare il gioco sotto le vesti della serietà, di far passare il ludico attraverso il colto, interessò più tardi Freud, il quale intervenne in difesa dell’ironia nell’adulto – perché in molti casi la reticenza nasce da un tentativo misero di reprimere il bambinesco e il primitivo – con Il motto di spirito nel 1905: «Si tratta di mantenere il profitto di piacere conseguito col giuoco e di riuscire al tempo stesso a mettere a tacere le rimostranze della critica, che non lascerebbero emergere il sentimento di piacere. Non c’è che una strada per raggiungere questo scopo. L’accostamento assurdo di parole o la successione di pensieri dal significato contrastante deve, comunque sia, avere un senso. Tutta l’arte del lavoro arguto è volta senz’altro a scoprire le parole e le costellazioni di pensieri che consentono di rispettare questa condizione».

La nobile dote di saper maneggiare l’unificazione e l’assonanza in aperto contrasto con l’istanza razionale, il Super-Io che censura il gioco come inappropriato. L’accostamento “assurdo” (che per etimologia richiama la surditas dell’antica Roma, caratteristica dei solitari e di chi si isolava in pieno distacco dalla realtà, dove l’aggettivo ab-surdus restituiva il ritratto di un cittadino tagliato fuori dalla parola e dalla società, il dissonante ovunque fuori posto) deve in realtà “avere un significato” per essere accettato internamente. Il motto di spirito è quindi un’astuzia dell’inconscio – permette di recuperare il piacere del gioco linguistico mascherandolo di senso compiuto.

NB Quando il teatro venne proibito, per circa un millennio buono, andarono avanti giusto i comici, nei mercati. Non c’è modo di fermare un sentimento così incrollabile.

A livello personale posso dire che l’ironia più felice e moderna, l’ho incontrata (ove presente, sia chiaro) nelle persone più serie. Un professore di letteratura latina monocorde e mono-espressione con un lieve ghigno inaspettato può esprimere una ventata di rinnovata genialità. Il gesto adatto, al momento giusto. Il rispetto di una esatta metrica che è innato in chi sa disseminare il proprio cammino di attenzione nei confronti di chi lo circonda, fosse anche per un momento.

Il Fabiano era il mio professore di letteratura latina. A ogni “cioé” detto dal nostro compagno Franco – nome di fantasia, dubito che qualcuno abbia avuto in classe un Franco dopo il 2008 – (erano una marea, quel giovane ne abusava come non ci fosse un domani) io e il mio amico Sandro – nome vero – segnavamo sul banco una crocetta con il lapis (perché non eravamo dei vandali, sia chiaro), per tenere il conto. Il Fabiano se ne accorse, capì… un brevissimo e vaghissimo sorrisino, molto ino. Per lui fu un problema da quel giorno rimanere concentrato sulle parole di quel giovane sventurato durante le interrogazioni. E pensare che il semplice fatto di aver scritto sul banco sarebbe stato un motivo sufficiente per bloccarci… ma quell’uomo aveva il senso dell’umorismo. A pensarlo ero solo io, probabilmente, e tanto bastava.

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