IN-CENSO DIGITALE

Il motore del 2000 / Sarà bello e lucente / Sarà veloce e silenzioso / Sarà un motore delicato. (Dalla)

Gloria a Jimmy Wales.
Eterna vita a Jimmy Wales.
Portiamo i nostri cuori a Jimmy Wales.
Quattro Jimmy Wales vedono meglio di due Jimmy Wales.

Scovando una piccola ricerca – condotta dal 1995 al 2000 – intorno all’utilizzo della rete, son venuti fuori dei dati interessanti. È uno dei primi studi empirico-sistematici sugli effetti sociali di Internet, in piena età pionieristica del web (per intenderci nel ’95 solo l’8 per cento degli intervistati usava Internet; nel 2000 il 65 per cento). La metodologia è rigorosa e segna il passaggio dalla narrativa giornalistica – spesso allarmista – all’analisi scientifica dei fenomeni digitali.

È roba vecchia, per carità, ma nella vita ogni fenomeno è conoscibile solo se si riesce a tornare all’origine… il pro-blema (ciò che è posto avanti). E per quanto riguarda Internet, tutto quello che viviamo o subiamo oggi, parte da lì ed era già tutto chiaro: la gloriosa crescita, la portata inedita e ogni sua potenziale deriva.

Il contesto è quello del panico morale. Metà anni Novanta: Internet stava uscendo dai laboratori universitari per entrare nelle case borghesi degli americani. I giornali gridavano all’apocalisse sociale – depressione digitale, fine delle comunità, dipendenza telematica. Le fondazioni buttavano milioni di dollari in programmi salvifici basati sul nulla. Nel frattempo, la divulgazione scientifica latitava. Tre ricercatori – Katz, Rice e Aspden – decisero quindi di fare una cosa banale, ma rivoluzionaria: telefonare a migliaia di americani, a caso, per chieder loro cosa stessero combinando con quella diavoleria futuristica. Per cinque anni, ogni anno, le stesse domande. Niente campioni auto-selezionati di nerd entusiasti. Niente focus group di apocalittici della domenica. Solo telefonate casuali, statistica seria, confronti tra chi usava Internet e chi manco sapeva che esistesse.

I risultati smontarono quasi tutto. Contrariamente al gospel mediatico dell’epoca, gli utenti di Internet non stavano diventando eremiti digitali rinchiusi in scantinati virtuali. Anzi: uscivano più spesso, telefonavano di più, incontravano più amici. Non era isolamento dunque, ma dispersione geografica. Il vicino di casa? Quello lo conoscevano meno, e anche questo fu accertato.

Sul fronte politico, i dati erano ancor più dirompenti. Gli utenti attivi online votavano di più dei non utenti. Partecipavano più spesso a manifestazioni, telefonavano per sostenere candidati, donavano soldi a cause politiche. Leggevano più giornali e riviste. In pratica, Internet non stava creando cittadini apatici ipnotizzati da schermi luminosi – stava amplificando il coinvolgimento di chi era già predisposto all’attivismo. E in più aggiungeva nuove forme di partecipazione: il 46 per cento degli utenti nel 1996 aveva visitato siti con informazioni politiche e seguito coperture elettorali online. Il 28 per cento aveva partecipato attivamente – email a funzionari governativi, scambi online con altri cittadini sulle elezioni. Un dato minore, ma che ha suscitato il mio interesse: gli utenti avevano significativamente più probabilità di appartenere ad almeno un’organizzazione comunitaria (religiosa o ricreativa che fosse) rispetto ai non utenti nel 1995. Nel 2000 invece no.

«La vita nel cyberspazio sembra stia prendendo forma esattamente come avrebbe voluto Thomas Jefferson: fondata sul primato della libertà individuale e un impegno per il pluralismo, la diversità e la comunità». Una retorica certamente utopica, ma supportata – almeno in quei primi anni – dai numeri. Internet non stava distruggendo la democrazia rappresentativa, la stava integrando con forme nuove di discussione e mobilitazione. La domanda, semmai e col senno del poi, poteva essere un’altra: cosa succederà quando anche i manipolatori, i demagoghi e gli spacciatori di fake news avranno capito come funziona il gioco?

Ho intitolato questo pezzo (o post, non so come si chiamino gli articoletti dei blog) IN-CENSO per un motivo. La radice “cens-” implica la possibilità di discriminare, cioè distinguere. Porta in sé l’idea di un giudizio che stabilisce delle gerarchie, che separa ciò che è accettabile da ciò che non lo è. Tutto questo è strettamente legato e oltremodo abbattuto nella sfera del settimo modo per violare l’azzurro vergine del cielo, ovvero Internet.

Il censo classifica i cittadini per ricchezza.
La censura classifica i contenuti per appropriatezza.
L’incenso rappresenta un’offerta il cui valore è stimato come degno della divinità nel rituale religioso.

L’idea iniziale di Internet è quella di uno strappo al principio di autorità e gerarchia. La rete degli anni Novanta distrugge la radice stessa del “cens-”: non classifica, bensì moltiplica e dissemina; non seleziona, ma lascia tutto accessibile. Cerca di limitare sempre più le distinzioni tra cittadini ricchi e poveri d’informazione. È manchevole di un’autorità centrale che filtri i contenuti. La liturgia è orizzontale, ogni utente è sacerdote e vittima sacrificale. Internet dissolve il giudizio nel numero: tutto viene contato, nulla viene valutato.

Internet è terra di nessuno, è libero e pirata per origine e destino. Eppure, lungo il percorso, qualcosa è cambiato.

E ora è giunto il momento di parlare di Jimmy Wales. Mi sono lasciato prender la mano e la colpa è di Svenonius. Leggendo il suo CENSURA SUBITO!!! si arriva a un punto in cui un’invettiva, esasperata e lucida, porta alla grande contorsione dell’idea originaria di Internet… e quel punk-folle punta il dito proprio verso il creatore di Wikipedia.

«Wales è considerato una specie di moderno Napoleone. Come i costruttori di ferrovie, i fondatori degli imperi, i faraoni egizi, Wales è stato bravo nel convogliare le masse e spingerle a costruire un edificio il cui scopo fosse quello di impressionarle. Ha reclutato un esercito di scrittori non pagati, ricercatori, editor e scout/spie/poliziotti che si sorvegliano l’un l’altro gelosamente, e adesso – oltre alla fatica, la conoscenza e i segreti di tutta questa gente – vuole pure i loro soldi. E questi tizi, dopo aver sbavato per erigere il suo super-feticcio, per abbellirlo sono pronti a sborsarli: soltanto l’anno scorso (2018) hanno donato 16 milioni di dollari».

Svenonius continua riportando alla mente il caso del SOPA – Stop Online Piracy Act – legge che nel 2011 venne proposta dal Congresso degli Stati Uniti per contrastare la pirateria di contenuti protetti da copyright. Wikipedia e Google reagirono mobilitando le masse e organizzando un blackout di 24 ore che coinvolse settemila siti. Colossi miliardari che sfruttano il proprio tentacolare potere assoluto e popolare per difendere i propri interessi economici. Ci trovammo di fronte a un simpatico episodio di ipocrita manipolazione?

«Il SOPA rappresentava una minaccia per l’ideologia della “libertà” propagandata dai padroni della Silicon Valley, che non hanno alcuna intenzione di regalare i propri computer, ma pensano che la scrittura, la fotografia, i film, la televisione e la musica appartengano a tutti, a prescindere da quali siano le circostanze o i costi di produzione».

L’assurdo dramma è come, a quindici anni da quell’evento, la rete sia riuscita a incarnare il culto che prometteva di demolire e come l’interesse economico abbia spazzato via ogni briciola di resistenza e di anarchia e senza bisogno di tanti giri di parole o chissà quale gradualità. In un batter d’occhio tutto si paga: la visibilità, le verifiche, le funzioni basilari travestite da privilegi e la libertà di saltare gli annunci. Tutto ciò che vale è Pro, Plus e Premium – il resto è ben poca cosa.

Possibile che Internet nel giro di qualche Olimpiade si sia trasformato in un condominio (con portinaio, regolamento e spese di gestione)?

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