Sebastiano Caputo ha scritto un libro e lo ha intitolato DAUA e dal momento che è una persona gentile mi ha invitato alla presentazione, fissata con prepotenza di lunedì trenta marzo duemilaventisei. Sono stato in piedi e in fondo alla sala, lontano, perché c’era tanta gente — evidentemente è gentile con molti. Per questo motivo non leggerò il suo libro. Mai. Ma l’ho comprato, ci tengo a specificarlo.
Sul palco a chiacchierare con lui, anzi a intervenire ognun per la propria strada, raccordata a mo’ di soliloquio aperto e partecipe, ragionando dunque in solitaria pur mantenendo la sensazione di voler stare in compagnia (se vogliamo, il modo migliore per comunicare con altri esseri umani), c’erano il beniamino benemerito Luca Josi ex socialista che fa l’imprenditore della comunicazione e l’espertissimo Dario Fabbri che fa il giornalista e l’analista di geopolitica.
Come può un Paese che si definisce costantemente come un sistema in sfacelo, dominato dall’incompetenza e dalla mediocrità, produrre eccellenze assolute nel mondo dell’ombra? Esiste un’Italia sotterranea, raffinata e sottile, che smentisce sistematicamente la narrazione pubblica del declino. Con questo romanzo Sebastiano Caputo parrebbe scagliare un sasso nello stagno della nostra pigrizia percettiva, esplorando quel confine invisibile dove l’intelligence incrocia l’ascesi spirituale. È una riflessione che attraversa i corridoi dei Servizi, le celle dei monasteri e le macerie del giornalismo contemporaneo, ponendo una domanda brutale sulla nostra capacità di distinguere il reale dalla sua messa in scena.
L’Italia vive un’affascinante bizzarria cognitiva. Mentre l’opinione pubblica giudica la classe politica e tecnica con parametri che rasentano la rassegnazione, attribuisce ai Servizi Segreti una superiorità quasi mitologica. Luca Josi identifica in questo scarto una vetta separata: l’intelligence appare come un’isola di efficienza e sottigliezza in un mare di disordine organizzato. Non è solo una curiosità sociologica, ma il segno di una zona franca dove la mediocrità istituzionale non ha accesso, un vertice di capacità che resiste alla fragilità del sistema circostante.
Al centro del racconto di Caputo c’è Giovanni, la cui iniziazione ai Servizi Segreti ricorda il rigore di un’arte marziale. In un’epoca dominata dall’esibizionismo digitale, dove ogni respiro deve essere postato per acquisire consistenza, la vocazione dell’agente è una ribellione radicale: la rinuncia all’ego. La vera prova non è l’azione eroica, ma l’impossibilità di narrarla.
Questa ascesi laica si specchia nella figura di Fra Placido, l’amico fuggito dal mondo per farsi monaco benedettino a Norcia. Entrambi — l’agente e il monaco — compiono una “spoliazione del sé”, evadendo dalla catena di montaggio dell’esistenza moderna per rifugiarsi nell’ombra. I monaci diventano così i “veri ribelli”: figure che scelgono la dissimulazione e la mistica del silenzio come forma suprema di libertà, contrapponendo la metafisica dell’azione alla vanità della presenza.
Il romanzo ruota attorno a un rapimento e Giovanni è incaricato di dipanare la vicenda. Da qui prende avvio un’indagine che, pur muovendosi dentro un contesto politico e strategico, è soprattutto umana.
Dario Fabbri suggerisce che molte delle esperienze contenute nel libro sono state davvero vissute da Sebastiano. Il fascino del giovane autore deriva proprio dalla capacità di unire l’operativo, l’avventuriero e il letterato, e di essere a proprio agio tanto nelle competenze intellettuali quanto nelle difficoltà materiali e logistiche.
Si legge, poi, un passaggio ambientato in un famoso locale romano un tempo glorioso, il Jackie O’. Oggi decaduto in una veste ultra-kitsch lasciando che il mito facesse posto ai mitomani. La lucida analisi fa parte dell’atmosfera narrativa, l’abominevole e graduale abbandono al trash.
Secondo Josi il problema è che si cercano sempre spiegazioni troppo semplici a fenomeni complessi, per un limite cognitivo quasi inevitabile. Per questo gli anni Ottanta vengono spesso ridotti all’idea che i socialisti siano stati “quelli che hanno fatto ballare l’Italia”. Lui invece, per ciò che ha studiato e per il pezzetto di quella storia che ha potuto vivere da un altro punto di vista, interpreta quella stagione come una sorta di magia: un’Italia uscita dagli anni di piombo e dal terrorismo che improvvisamente rinasce in forma espansa, quasi euforica. Il fatto che, dopo più di quarant’anni, si continui ancora a ricordare quel periodo come una festa lunghissima dimostra, per lui, la sua forza eccezionale.
Aggiunge che proprio da lì è iniziato anche un processo di distruzione dell’intellettualismo italiano, o meglio della sua raffinatezza e sofisticazione tradizionale. Ma precisa che ogni prodotto culturale o televisivo trova il proprio pubblico già pronto a riconoscerlo. Dunque, nessuno dei fenomeni citati nel romanzo (dove si fa riferimento al Grande Fratello VIP e al programma radiofonico La Zanzara) esisterebbe davvero se non fosse riuscito a intercettare una domanda latente, un pubblico che non aveva ancora il prodotto in cui specchiarsi. In questo senso la semplificazione non è banalmente una degenerazione: è la forma con cui un bisogno collettivo trova rappresentazione.
In un sistema dominato dal cinismo operativo, Luca Josi introduce una prospettiva contro-intuitiva: la bontà come scelta coraggiosa e razionale. Essere “buoni” non è sinonimo di debolezza, ma di un’intelligenza superiore che accetta di esporsi. È una manovra strategica che richiede forza, poiché significa mostrare il fianco e diventare prevedibili per l’altro. Scegliere la bontà è l’unico modo per abitare quella cerchia ristretta dove risiede l’amicizia autentica, l’unico vero antidoto alla solitudine dell’ombra. Questo tratto è decisivo perché distingue le persone rivolte verso gli altri da quelle ripiegate su se stesse. Lo colpisce il fatto che Sebastiano sia disposto a concedere agli altri massima serietà, mentre su di sé mantenga una distanza ironica. È proprio questa disposizione a far sì che lui senta di voler stringere a sé persone di questo tipo.
L’analisi di Sebastiano si fa feroce quando affronta il mutamento antropologico della comunicazione. Il 2021 segna l’anno della rottura definitiva: il passaggio dal dominio di Facebook e della parola a quello di Instagram e dell’immagine. È la morte del reportage, sostituito dalla spettacolarizzazione del sé in zona di guerra.
Il narratore ha preso tragicamente il posto dell’oggetto narrato, trasformando il dolore collettivo in uno sfondo per il personal branding. In un mondo dove gli influencer di Dubai diventano le fonti in prima linea, il giornalismo smette di essere l’università della strada per diventare marketing del conflitto.
Per concludere, il termine DAUA non è una coordinata geografica, ma una potente metafora sul fiume dell’esistere. Caputo attinge direttamente alla lezione del Siddhartha di Hesse: quel lento fluire dell’esperienza attraverso luoghi distanti come Teheran, il Donbass o il deserto libico. Daua è la struttura nascosta, il codice dei vinti che organizza il caos apparente del mondo.
Fabbri eleva questa visione tecnica a principio filosofico: vincere o perdere non è mai una questione di soli armamenti, ma di sguardo antropologico. Dunque il Codice di cui parla Caputo è la capacità di leggere l’umano dove altri vedono solo mappe o tattiche. Proprio come Giulio Cesare cercava di comprendere l’anima dei popoli gallici per dominarli, o come chi fallisce in Iran applicando categorie occidentali rassicuranti, solo chi riesce a mettere da parte l’ego può intuire le regole non scritte che governano il destino. Daua è lo sguardo che vede quella parte umana che rimane invisibile ai più.
Non lo leggerò, ma è davvero un peccato.